Social fai da te?

Il 47% deli americani dice che Facebook è il primo fattore che influenza i loro acquisti ( Jeff Bullas, 2014 )”

Durante tutto il lockdown, i social hanno svolto un ruolo fondamentale permettendo di essere sempre presenti e visibili per utenti e clienti. Sono risultati indispensabili per l’informazione immediata circa il cambiamento dei servizi o in merito ai nuovi protocolli comportamentali da adottare.

Ora è iniziata una nuova fase che ci pone di fronte a scenari inusuali e inaspettati. Il post covid si presenta con utenti dalle abitudini profondamente modificate. Molte realtà si stanno cimentando per la prima volta con la pubblicità social e, purtroppo, commettono due errori fondamentali:

  1. Pensare in termini tradizionali, non considerando la necessità di creare messaggi, contenuti e format appositamente pensati per il nuovo ambiente social;
  2. Non considerare le ripercussioni che il Covid ha introdotto nelle abitudini e nelle esigenze di tutti  i giorni.

Le aspettative nei confronti della pubblicità sono aumentate, ma ciò che passava prima ora non ha più effetto. La “nuova normalità”v ci trova più indifesi e spesso più sensibili. I messaggi, ora più che mai, devono risultarci empatici e coinvolgenti, rispettosi del recente passato ma carichi di positività per il nuovo futuro.

Un consiglio: nell’ottica dell’attenzione al consumo che questa crisi ci sta imponendo,  il fai da te sui social è spesso più deleterio che altro.

Pensare di riuscire a sfruttare le potenzialità offerte solo perché abituati a smanettare sui nostri profili personali, ci porterà a cocenti delusioni in termini di risultati tangibili. Investire senza poter verificare e interpretare i risultati raggiunti, in modo di lavorare per una continua ottimizzazione, è la parte più debole di un progetto social self – made.

Piccolo o grande che sia l’investimento deciso affidatevi alla consulenza di un professionista preparato ad affrontare il cambiamento in atto e pronto a creare messaggi adeguati nella forma e nel contenuto, mirati a segmenti di pubblico specifico con obiettivi chiari e misurabili.

Mai come ora, la resa della vostra pubblicità, dipende dalla capacità di interpretare e soddisfare bisogni e aspettative del cliente.

Quando la Coca Cola invento’ il Natale

Il significato profondo del Natale è sicuramente da ricercare altrove, ma senza falsi moralismi, dobbiamo ammettere che nulla ci spinge ad essere “generosamente” spendaccioni come l’atmosfera natalizia: le luci, i colori, le melodie e i profumi che fluttuano nell’aria del Natale, sono inebrianti e capaci di spezzare i nostri freni inibitori.

E’ impossibile non cominciare dall’inizio di questa magia, dall’anno 1931, quando la Coca Cola incaricò Haddon Sundblom d’illustrare la campagna natalizia della più famosa bibita al mondo.

Ed ecco il caro Santa Claus, sino ad allora di verde vestito, diventare un’icona per i secoli a venire: paffuto dalla folta barba bianca, rassicurante come il più tenero dei nonni, caldo e affettuoso nel suo completo rosso con bordo in pellicciotto bianco.

Da quel momento una tempesta emotiva ha fatto suo il Natale, creando la magia che oggi conosciamo. Proprio questo aspetto emozionale ci rapisce e ogni anno blocca la parte più razionale del nostro cervello.

Diventiamo più buoni, generosi e disponibili.

Non acquistiamo in base alla necessità o al valore dell’oggetto, ma guidati dalla sensazione che il pensiero di quel regalo ci suscita. Abbiamo bisogno di coccole e tutto sembra essere lì solo per questo. I profumi di cannella, spezie e cioccolato hanno un non so che di ancestrale e rassicurante e il monotono tintinnio dei sonagli e delle melodie natalizie ha lo stesso identico effetto.

La ripetitività dei gesti diventa tradizione: l’albero, il cenone, i regali sono il nostro rito consolatorio, fatto solo di emozioni positive.

Commercialmente il Natale è il momento in cui “porgiamo il fianco” al consumismo, affascinati dagli spot natalizi, appuntamento ormai immancabile.

Anche per il Natale 2019 non rimarremo delusi:

  1. Grandi Magazzini John Lewis

Per il 2019 hanno scelto di produrre una video meno commovente del solito ma carico di significato. I protagonisti sono la piccola Ava e il draghetto combinaguai Edgar. Il finale è un messaggio sull’amicizia e l’accettazione.  La colonna sonora è “Can’t Fight This Feeling” dei Bastille.

2. Apple

Sulle note della colonna sonora del film Up di Pixar, lo spot 2019 di Apple affronta il tema dell’amore e della nostalgia. La nonna non c’è più: per la prima volta il Natale non sarà lo stesso di sempre e i bambini percepiscono la tensione del dolore che aleggia in casa. L’iPad distrae i più piccoli tenedoli buoni e lontani dal dolore degli adulti. Ma la purezza dei sentimenti, aiutata dalla tecnologia, danno vita a qualcosa di unico.

3. Microsoft

Come fare a parlare il rennese? Facile! Con il traduttore Microsoft.

4. Esselunga

Esselunga non delude nello spot dedicato al Natale: il mix di storytelling, emozione e simpatia conquista lo spettatore e resta in linea con il messaggio del brand.

E non è ancora Natale….

Le parole pesano

Comunicare qualcosa, nella maggior parte dei casi, implica un rielaborazione da parte di chi è tramite della comunicazione. Per quanto si cerchi di essere imparziali, le parole scelte, la punteggiatura, il tono del nostro scritto, trasudano sentimenti.

Notizia del barbaro assassinio di una giovane donna da parte dell’amico innamorato e respinto. Elisa è stata uccisa. L’omicida è reo confesso e il movente è un “amore” non corrisposto.

C’è una vittima e c’è un carnefice. Non importa chi fosse fino a ieri.

Oggi è un assassino, della peggior specie, di quelli che credono di aver il diritto di disporre dell’oggetto del loro amore. Provo dolore e commozione per la giovane vita spezzata, l’ennesima, per quanti la amavano davvero e ora la piangono. Di lui, non m’importa nulla: che la giustizia faccia il suo corso.

Sulla stampa, invece, fa subdolamente capolino il bisogno di trovare una motivazione che ha trasformato l’amico in orco. Si arriva a insinuare che la giovane negli anni debba per forza averlo illuso facendogli perdere la ragione. Si arriva a commentare teneramente i gesti dell’assassino, le sue parole, le sue lacrime, il suo pentimento: come fossero quelle di un bambino impaurito colto con le mani nella marmellata.

La cultura della vittima colpevole non muore!

La donna, in fondo, deve aver istigato il poveretto, deve averlo irretito. Non può essere che “il gigante buono” sia diventato mostro senza un motivo.

Ancora una volta, davanti a un femminicidio, si punta il dito altrove, contro la vittima.

Ecco che le parole che usiamo e il modo in cui le inanelliamo nelle frasi, stravolgono il senso di un dramma aggiungendo dolore ad altro dolore.

Sorprendente, anche se di tutt’altra tinta, è pure il trafiletto apparso sulla Gazzetta dello Sport a commento della sconfitta sul campo da tennis di Serena Williams. “La Williams fallisce ancora una volta il record del 24° titolo Slam: da quando è diventata mamma ha perso quattro finali”.

Non è l’atleta al centro della sconfitta, ma la donna in quanto madre.

Vuol forse dire che non ha ancora perso i chili della gravidanza? Insinua forse che manchi di concentrazione perché i suoi pensieri sono divisi fra poppate e pannolini? Non si pecepisce l’empatia per la difficoltà agonistica di un atleta che pur ha vinto di tutto e di più e che davvero non deve dimostrare più nulla. Sparisce la campionessa e rimane solo la madre da incolpare.

Queste frasi, queste considerazioni, questo modo di raccontare le cose, coltivano la cultura che vuole la donna aliena se lontana dallo stereotipo di madre e proprietà del marito.

Elisa aveva 28 anni ed è morta perché era bella, libera e solare. Perché aveva tutto il diritto di non amare quell’uomo, senza fornire alcuna giustificazione. Lui aveva solo l’obbligo di rispettarla in quanto essere umano, in quanto donna.

LUI, Invece, l’ha uccisa.

Se sei bravo…ti tirano le pietre

” E’ un lavoretto facile e veloce… che ci vuole?”
TEMPO.
Ecco quello che ci vuole!


Il professionista non ha ormai altro in cui investire.
Nessuno vede le notti insonni passate a migliorarsi, tentando di acquisire nuove competenze per offrire quei PLUS che permettono di accontentare una richiesta sempre più esigente e avida di essere sul mercato prima di tutti gli altri.
Ore e ore a studiare strategie, a concretizzare idee, a “smanettare” su ogni programma, tool o app che ci consenta di poter dire ” bello, unico e in tempi record “.
E diventiamo bravissimi e velocissimi.
E proprio quando lo siamo diventati, s’innesca quel meccanismo perverso per cui, nella mente del cliente, scatta l’equivalenza VELOCE = MEDIOCRE e s’insinua il tarlo del dubbio che chi ti sta fornendo il servizio nei tempi “disumani” richiesti, in realtà abbia trovato un escamotage per fregarti.
Perché in realtà il cliente stesso sa benissimo che, per fare un buon lavoro, c’è sempre una soglia sotto la quale la qualità rischia di perdersi.
Ma ormai è tardi e si è già nel Loop:
investiamo tempo per ottenere tempo che ci si ritorcerà contro, perché sempre ” TROPPO o TROPPO POCO”.
E’ la sfida quotidiana che destabilizza la richiesta, eternamente combattuta fra le certezze che un buon prodotto non si realizza in una notte e l’incredulità di quello che il professionista riesce “INCREDIBILMENTE” a fare.
Insomma, viene chiesto un miracolo al quale poi non si è disposti a credere.
E questa sfida assorbe quel tempo che già sentiamo non bastarci mai.
Come uscire dal tunnel?