Smart Working: l’opportunità che stiamo perdendo

Iniziamo con il commentare l’immagine che sta circolando in questi giorni. Dopo 25 anni, lo smart working dovrebbe trasformarci in esseri pigri e informi, rinchiusi come criceti in un loop fra lavoro al computer e divano.

Una visione miope di chi confonde lo smart working con il lassimo di alcune aziende o il fancazzismo di alcuni lavoratori.

Se vogliamo parlare di nuove opportunità dobbiamo farlo seriamente, riferendoci allo smart working come ad una possibilità di miglioramento seria e disciplinata.

Nella bellezza del nostro essere italiani, unici per capacità, creatività e umanità, esiste un piccolo angolo di DNA in cui alloggia la paura del cambiamento, come se il futuro debba per forza essere peggio del passato. Radicati nelle nostre abitudini, ci costringiamo all’immobilità.

Chiamati ad affrontare il post lock down, in molti, rispondiamo :”ne parliamo a settembre dopo le ferie”.

Invece di cogliere l’opportunità di lanciarci verso il nuovo, ci sediamo a guardare il tramonto in attesa della miracolosa ripresa autunnale.

In fondo si sa, ad agosto, tutto si ferma.

Sempre in questi giorni sta tenendo banco la polemica sullo smart working, osteggiato dallo zoccolo duro di chi lo interpreta come un’opzione  legata solo all’emergenza sanitaria e non come una concreta opportunità di cambiamento innovativo per il nostro paese.

Cito il sindaco di Milano:”…( lo smart working ) non può essere preso in considerazione senza valutare sino in fondo tutti gli effetti collaterali e le ripercussioni sulle città. Le comunità si fermano, mettiamo alla fame una quantità di gente incredibile”.

Si teme una città fantasma dove la gente si rintana in casa, lasciando morire attività commerciali e servizi pubblici.

Milano si ferma se si incrementa lo smart working?

Mi spiace, se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarà solo ed esclusivamente di amministrazioni incapaci che ancora vivono in un passato che non può più esistere.

Immaginiamo invece lo scenario migliore possibile: datori di lavoro non più vigilantes, che responsabilizzano i dipendenti attraverso una rete di smart working solida ed efficiente, che non li costringe a vegetare sempre e comunque davanti al pc solo per marcare presenza, ma che li sprona a lavorare per obiettivi. Scadenze e goals da rispettare in una gestione autonoma del proprio tempo.

Belle parole che racchiudono un cambiamento di usi e costumi epocale, da parte di aziende e lavoratori.

E i vantaggi spicci?

Per iniziare, risparmio di risorse investite nella gestione aziendale e miglioramento della qualità della vita per i dipendenti.

Impatto positivo sul pianeta: meno auto in circolazione, meno impianti industriali di riscaldamento e condizionamento accesi e meno spreco di risorse non rinnovabili.

Tutto questo tradotto in maggiori capitali da investire in innovazione e progetti che porterebbero a creare lavoro e quindi a maggior impiego di personale.

Per i lavoratori, evitare spossanti spostamenti casa – ufficio, darebbe loro la possibilità di recuperare tempo prezioso. La mattina potrebbero portare i figli scuola, fermarsi a fare colazione al bar, leggere con calma un giornale. Quelle due tre ore in più al giorno, potrebbe spronarli ad andare in palestra, in un museo, al cinema o a teatro. Con meno traffico in giro forse verrebbe voglia di usare di più bicicletta e mezzi pubblici.

Così salvi trasporti e servizi ricreativi che potrebbero anche incrementare gli orari di aperura contando sul pubblico anche mattina e pomeriggio. Più tempo libero, più gente in giro: abbiamo salvato l’economia che preoccupava il Sindaco Sala e, che di fondo, considera l’immobilismo a cui siamo stati costretti in quarantena alla stregua dell’atteggiameto che terremmo in regime di smart working.

In tutto quanto detto, non si è parlato di riorganizzare gli orari lavorativi, a cui ancora non abbiamo sottratto nulla: abbiamo solo ipotizzato d’impiegare in modo diverso il tempo investito negli spostamenti.

Certo dovremmo abbandonare il motto: “ fatta la legge trovato l’inganno ”.

Approfittando di una nuova generazione di manager e imprenditori, maggiormente consapevoli della necessità del cambiamento e meno inclini alle vecchie abitudini da lotta padrone / dipendente, potremmo davvero instaurare un nuovo regime lavorativo con benefici per noi, gli altri e l’ambiente.

Recupereremmo la gestione del TEMPO, l’unico lusso a cui tutti dovremmo ambire.

Per concludere, scendo un po’ dalle nuvole e rimetto i piedi a terra.

Consapevole che il processo sarebbe lungo e difficile, che tante sono le criticità da affrontare per garantire diritti e doveri, sono profondamente convinta che stavolta ci si debba buttare.

Troppe valutazioni rischiano di inamidare il processo innovativo, che comunque sarà inevitabile.

Se non vogliamo trovarci, nostro malgrado, ai margini del cambiamento, dobbiamo tuffarvici a peso morto e lavorare sodo perché funzioni.

Quando la Coca Cola invento’ il Natale

Il significato profondo del Natale è sicuramente da ricercare altrove, ma senza falsi moralismi, dobbiamo ammettere che nulla ci spinge ad essere “generosamente” spendaccioni come l’atmosfera natalizia: le luci, i colori, le melodie e i profumi che fluttuano nell’aria del Natale, sono inebrianti e capaci di spezzare i nostri freni inibitori.

E’ impossibile non cominciare dall’inizio di questa magia, dall’anno 1931, quando la Coca Cola incaricò Haddon Sundblom d’illustrare la campagna natalizia della più famosa bibita al mondo.

Ed ecco il caro Santa Claus, sino ad allora di verde vestito, diventare un’icona per i secoli a venire: paffuto dalla folta barba bianca, rassicurante come il più tenero dei nonni, caldo e affettuoso nel suo completo rosso con bordo in pellicciotto bianco.

Da quel momento una tempesta emotiva ha fatto suo il Natale, creando la magia che oggi conosciamo. Proprio questo aspetto emozionale ci rapisce e ogni anno blocca la parte più razionale del nostro cervello.

Diventiamo più buoni, generosi e disponibili.

Non acquistiamo in base alla necessità o al valore dell’oggetto, ma guidati dalla sensazione che il pensiero di quel regalo ci suscita. Abbiamo bisogno di coccole e tutto sembra essere lì solo per questo. I profumi di cannella, spezie e cioccolato hanno un non so che di ancestrale e rassicurante e il monotono tintinnio dei sonagli e delle melodie natalizie ha lo stesso identico effetto.

La ripetitività dei gesti diventa tradizione: l’albero, il cenone, i regali sono il nostro rito consolatorio, fatto solo di emozioni positive.

Commercialmente il Natale è il momento in cui “porgiamo il fianco” al consumismo, affascinati dagli spot natalizi, appuntamento ormai immancabile.

Anche per il Natale 2019 non rimarremo delusi:

  1. Grandi Magazzini John Lewis

Per il 2019 hanno scelto di produrre una video meno commovente del solito ma carico di significato. I protagonisti sono la piccola Ava e il draghetto combinaguai Edgar. Il finale è un messaggio sull’amicizia e l’accettazione.  La colonna sonora è “Can’t Fight This Feeling” dei Bastille.

2. Apple

Sulle note della colonna sonora del film Up di Pixar, lo spot 2019 di Apple affronta il tema dell’amore e della nostalgia. La nonna non c’è più: per la prima volta il Natale non sarà lo stesso di sempre e i bambini percepiscono la tensione del dolore che aleggia in casa. L’iPad distrae i più piccoli tenedoli buoni e lontani dal dolore degli adulti. Ma la purezza dei sentimenti, aiutata dalla tecnologia, danno vita a qualcosa di unico.

3. Microsoft

Come fare a parlare il rennese? Facile! Con il traduttore Microsoft.

4. Esselunga

Esselunga non delude nello spot dedicato al Natale: il mix di storytelling, emozione e simpatia conquista lo spettatore e resta in linea con il messaggio del brand.

E non è ancora Natale….

Roghi in Amazzonia: la punta di un iceberg

Il dramma che si sta consumando in questi giorni in Amazzonia scuote le coscienze, ma forse non a tutti è chiaro ciò che sta realmente accadendo.

L’Amazzonia è un territorio vastissimo, che racchiude realtà socio-politiche molto diverse fra loro. È corretto parlare della foresta come di un polmone verde, ma non è corretto sostenere ( come letto sui social negli ultimi giorni ) che da sola fornisca il 20% dell’ossigeno dell’atmosfera. In realtà si stima arrivi a produrne il 6-10%. Questo è importante per capire che lo scempio a cui stiamo assistendo ha un impatto sul nostro ambiente molto più profondo e complesso di quello che tutti leggiamo.

L’ossigeno presente nell’atmosfera terrestre non è in pericolo: ve ne è una quantità tale da essere ben lontani dall’emergenza. Il vero pericolo è invece il quantitativo crescente di Co2 immesso nell’atmosefera. L’anidride carbonica è fra i fattori scatenanti del cambiamento climatico. Ciò che i roghi dell’Amazzonia stanno immettendo nell’aria potrebbe portare a conseguenze catastrofiche per il clima, soprattutto nelle zone circostanti, mettendo in serio pericolo l’economia agricola di interi paesi.

Quello che sta bruciando con la foresta è soprattutto una bio-diversità unica al mondo e un patrimonio culturale destinato ad estinguersi con il progressivo allontanamento dei nativi dalle loro terre. ( “La guerra di Bolsonaro contro i Nativi “ da Il Faro sul Mondo del 21 gennaio 2019)

Stiamo assistendo ad un crimine perpetrato per mano dell’uomo.

Se confrontiamo l’intensità degli incendi di questi giorni con quelli del 2007 o del 2014 dovuti alla siccità causata dal El Niño, scopriremo che  non sono fra i più intensi che l’Amazzonia abbia mai dovuto affrontare. Quello che ci deve scioccare è che questi incendi sono esclusivamente dolosi, non hanno alcuna causa naturale, ma sono appiccati dall’uomo per ottenere campi da coltivare o per allevare animali.

È in atto un’operazione politico – economica tacitamente appoggiata dal governo locale per favorire questo tipo di interventi incendiari. Poco prima dello scoppio dei primi focolai era stato instituito da alcuni agricoltori del posto il “Día del Fuego”, una sorta di “giorno X” per dar inizio all’attività incendiaria. Ed è un paradosso, perché incendiando la foresta per avere campi da coltivare si produce CO2 che innescherà un cambiamento climatico tale da rendere impossibili le coltivazioni.

Non dobbiamo inoltre immaginare questi piromani come poveri agricoltori spinti a gesti estremi dalla povertà e dalla disperazione. Siamo davanti a interessi economici che muovono da molto lontano, in cui la mano tesa di tanti paesi che oggi offrono aiuto, non suona completamente sincera e disinteressata. Dietro la facciata dell’ambientalismo ci sono ragioni sonanti.

I terreni che verranno ricavati dalle zone incendiate, serviranno prevalentemente per la coltivazione della soia, soprattutto per l’esportazione verso la Cina. È solo la punta di un iceberg che ha alla base lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta con gravissime implicazioni sociali.

Sempre la Cina, dall’altra parte del mondo, ha in atto un vero e proprio colonialismo di mercato nel continente africano, con il beneplacito della popolazione locale, che spera di trovare nei conquistatori del sole levante dei salvatori dalla propria condizione di miseria.

La potenza asiatica sta sventrando il continente alla ricerca di oro, diamanti e materie prime per produrre prodotti finiti che poi rivenderà agli stessi paesi africani. È un predatore che cattura la preda e la stritola nella morsa di un debito economico che la rende “schiava” del suo carnefice. La Cina sta comprando l’Africa, assicurandosi le materie prime per consolidare il suo primato sui mercati mondiali.

È il momento che ognuno di noi si chieda come poter intervenire cominciando dal proprio piccolo mondo. Saranno necessarie scelte drastiche e coraggiose, da parte della politica, della produzione ma soprattutto da parte nostra. Salvare il pianeta è una nostra responsabilità, perché NOI siamo la domanda che spinge al consumismo economico e ambientale.

Prima ci rendiamo conto che l’unica via percorribile è quella di un’economia circolare che nulla distrugge ma che tutto trasforma, prima avremo in mano la chiave per cambiare sul serio le cose e far in modo che nessun rogo distrugga il nostro futuro.