Smart Working: l’opportunità che stiamo perdendo

Iniziamo con il commentare l’immagine che sta circolando in questi giorni. Dopo 25 anni, lo smart working dovrebbe trasformarci in esseri pigri e informi, rinchiusi come criceti in un loop fra lavoro al computer e divano.

Una visione miope di chi confonde lo smart working con il lassimo di alcune aziende o il fancazzismo di alcuni lavoratori.

Se vogliamo parlare di nuove opportunità dobbiamo farlo seriamente, riferendoci allo smart working come ad una possibilità di miglioramento seria e disciplinata.

Nella bellezza del nostro essere italiani, unici per capacità, creatività e umanità, esiste un piccolo angolo di DNA in cui alloggia la paura del cambiamento, come se il futuro debba per forza essere peggio del passato. Radicati nelle nostre abitudini, ci costringiamo all’immobilità.

Chiamati ad affrontare il post lock down, in molti, rispondiamo :”ne parliamo a settembre dopo le ferie”.

Invece di cogliere l’opportunità di lanciarci verso il nuovo, ci sediamo a guardare il tramonto in attesa della miracolosa ripresa autunnale.

In fondo si sa, ad agosto, tutto si ferma.

Sempre in questi giorni sta tenendo banco la polemica sullo smart working, osteggiato dallo zoccolo duro di chi lo interpreta come un’opzione  legata solo all’emergenza sanitaria e non come una concreta opportunità di cambiamento innovativo per il nostro paese.

Cito il sindaco di Milano:”…( lo smart working ) non può essere preso in considerazione senza valutare sino in fondo tutti gli effetti collaterali e le ripercussioni sulle città. Le comunità si fermano, mettiamo alla fame una quantità di gente incredibile”.

Si teme una città fantasma dove la gente si rintana in casa, lasciando morire attività commerciali e servizi pubblici.

Milano si ferma se si incrementa lo smart working?

Mi spiace, se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarà solo ed esclusivamente di amministrazioni incapaci che ancora vivono in un passato che non può più esistere.

Immaginiamo invece lo scenario migliore possibile: datori di lavoro non più vigilantes, che responsabilizzano i dipendenti attraverso una rete di smart working solida ed efficiente, che non li costringe a vegetare sempre e comunque davanti al pc solo per marcare presenza, ma che li sprona a lavorare per obiettivi. Scadenze e goals da rispettare in una gestione autonoma del proprio tempo.

Belle parole che racchiudono un cambiamento di usi e costumi epocale, da parte di aziende e lavoratori.

E i vantaggi spicci?

Per iniziare, risparmio di risorse investite nella gestione aziendale e miglioramento della qualità della vita per i dipendenti.

Impatto positivo sul pianeta: meno auto in circolazione, meno impianti industriali di riscaldamento e condizionamento accesi e meno spreco di risorse non rinnovabili.

Tutto questo tradotto in maggiori capitali da investire in innovazione e progetti che porterebbero a creare lavoro e quindi a maggior impiego di personale.

Per i lavoratori, evitare spossanti spostamenti casa – ufficio, darebbe loro la possibilità di recuperare tempo prezioso. La mattina potrebbero portare i figli scuola, fermarsi a fare colazione al bar, leggere con calma un giornale. Quelle due tre ore in più al giorno, potrebbe spronarli ad andare in palestra, in un museo, al cinema o a teatro. Con meno traffico in giro forse verrebbe voglia di usare di più bicicletta e mezzi pubblici.

Così salvi trasporti e servizi ricreativi che potrebbero anche incrementare gli orari di aperura contando sul pubblico anche mattina e pomeriggio. Più tempo libero, più gente in giro: abbiamo salvato l’economia che preoccupava il Sindaco Sala e, che di fondo, considera l’immobilismo a cui siamo stati costretti in quarantena alla stregua dell’atteggiameto che terremmo in regime di smart working.

In tutto quanto detto, non si è parlato di riorganizzare gli orari lavorativi, a cui ancora non abbiamo sottratto nulla: abbiamo solo ipotizzato d’impiegare in modo diverso il tempo investito negli spostamenti.

Certo dovremmo abbandonare il motto: “ fatta la legge trovato l’inganno ”.

Approfittando di una nuova generazione di manager e imprenditori, maggiormente consapevoli della necessità del cambiamento e meno inclini alle vecchie abitudini da lotta padrone / dipendente, potremmo davvero instaurare un nuovo regime lavorativo con benefici per noi, gli altri e l’ambiente.

Recupereremmo la gestione del TEMPO, l’unico lusso a cui tutti dovremmo ambire.

Per concludere, scendo un po’ dalle nuvole e rimetto i piedi a terra.

Consapevole che il processo sarebbe lungo e difficile, che tante sono le criticità da affrontare per garantire diritti e doveri, sono profondamente convinta che stavolta ci si debba buttare.

Troppe valutazioni rischiano di inamidare il processo innovativo, che comunque sarà inevitabile.

Se non vogliamo trovarci, nostro malgrado, ai margini del cambiamento, dobbiamo tuffarvici a peso morto e lavorare sodo perché funzioni.

Domande?

Prendendo spunto da un articolo di Jacqueline Zote passiamo in rassegna alcune domande frequenti in tema di Social Marketing.

  1. Qual è il momento migliore per pubblicare un post?

Naturalmente dipende dalla piattaforma e dal settore e, sebbene ci siano dati oggettivi basati sui fattori che possono influenzare le nostre abitudini giornaliere, ritengo che l’unico punto di partenza valido per decidere, sia l’attenta analisi delle prestazioni dei nostri post. Da questa analisi possiamo capire il come e quando.

L’emergenza  COVID-19 ha però sconvolto le nostre abitudini confermando la necessità di monitorare le prestazioni del nostro lavoro alla luce di un evento così straordinario.

2. Con quale frequenza pubblicare?

Dipende sempre dal nostro pubblico e dalle sue reazioni. Lo studio dei risultati è l’unico modo per capire e decidere cosa, quando e quanto spesso offrire al nostro pubblico.

3. Quale social è meglio utilizzare per promuovere un’attività?

Sebbene Facebook sia ancora oggi il social con il maggior numero di utenti (2 ,38 miliardi di utenti attivi mensili ) la scelta della piattaforma non è scontata. L’analisi dell’attività e soprattutto del pubblico di riferimento è fondamentale. A nulla seve avere migliaia di Follower su un social non adatto, vanificando tempo e lavoro senza ottenere i risultati sperati.

Meno follower ma veramente interessati e attivi portano a maggiori risultati economici e in termini di visibilità.

4. Come iniziare una campagna di Social Marketing?

Fare marketing richiede obiettivi chiari, un target di riferimento preciso e la possibilità di misurare sempre i risultati ottenuti. Il social marketing non fa eccezione. Più chiari e definiti sono gli obiettivi, maggiori possibilità avrete di preparare una strategia efficace. Non stiamo solo filosofeggiando: il nostro lavoro si rivolge ad un pubblico reale e definito.

Quelle che in gergo vengono definite  “Buyer Personas” sono i nostri utenti: più conosciamo i loro gusti e le loro abitudini, migliori ed efficaci saranno le nostre comunicazioni.

Questo ci porta a rispondere ad un’altra domanda…

5. Che tipo di contenuti devo postare?

L’unica regola valida è pubblicare contenuti di qualità coerenti con la nostra strategia. Questo non solo per questioni logistiche, facilitando il nostro lavoro, ma soprattutto per fornire messaggi che coinvolgano e interessino e che raggiungano i nostri obiettivi, siano essi un acquisto o il coinvolgimento del pubblico.

6. Come ottenere più pubblico?

Chi si affida alla sola sponsorizzazione per ottenere pubblico, in realtà ottiene visualizzazioni non sempre interessate. L’interazione con i post e la finalizzazione di un percoso che porta a noi l’utente, sono le metriche con cui capire se stiamo costruendo e fidelizzando il nostro target.

I post sponsorizzati aiutano la visibilità di un prodotto, la sua vendita, la raccolta di contatti mirati, ma non possono esaurire il modo con cui conivolgiamo i nostri utenti.

Contenuti mirati, tono di conversazione, strategia e impegno costante, sono l’unico modo per dar valore al nostro lavoro.

Social fai da te?

Il 47% deli americani dice che Facebook è il primo fattore che influenza i loro acquisti ( Jeff Bullas, 2014 )”

Durante tutto il lockdown, i social hanno svolto un ruolo fondamentale permettendo di essere sempre presenti e visibili per utenti e clienti. Sono risultati indispensabili per l’informazione immediata circa il cambiamento dei servizi o in merito ai nuovi protocolli comportamentali da adottare.

Ora è iniziata una nuova fase che ci pone di fronte a scenari inusuali e inaspettati. Il post covid si presenta con utenti dalle abitudini profondamente modificate. Molte realtà si stanno cimentando per la prima volta con la pubblicità social e, purtroppo, commettono due errori fondamentali:

  1. Pensare in termini tradizionali, non considerando la necessità di creare messaggi, contenuti e format appositamente pensati per il nuovo ambiente social;
  2. Non considerare le ripercussioni che il Covid ha introdotto nelle abitudini e nelle esigenze di tutti  i giorni.

Le aspettative nei confronti della pubblicità sono aumentate, ma ciò che passava prima ora non ha più effetto. La “nuova normalità”v ci trova più indifesi e spesso più sensibili. I messaggi, ora più che mai, devono risultarci empatici e coinvolgenti, rispettosi del recente passato ma carichi di positività per il nuovo futuro.

Un consiglio: nell’ottica dell’attenzione al consumo che questa crisi ci sta imponendo,  il fai da te sui social è spesso più deleterio che altro.

Pensare di riuscire a sfruttare le potenzialità offerte solo perché abituati a smanettare sui nostri profili personali, ci porterà a cocenti delusioni in termini di risultati tangibili. Investire senza poter verificare e interpretare i risultati raggiunti, in modo di lavorare per una continua ottimizzazione, è la parte più debole di un progetto social self – made.

Piccolo o grande che sia l’investimento deciso affidatevi alla consulenza di un professionista preparato ad affrontare il cambiamento in atto e pronto a creare messaggi adeguati nella forma e nel contenuto, mirati a segmenti di pubblico specifico con obiettivi chiari e misurabili.

Mai come ora, la resa della vostra pubblicità, dipende dalla capacità di interpretare e soddisfare bisogni e aspettative del cliente.

Podcast: trend in crescita

Il termine “podcast“ deriva dalla combinazione della parola inglese “broadcast“ (= trasmettere) e il nome del marchio “iPod”. Il nome si è poi radicato per questo formato, anche se si può utilizzare con moltissimi dispositivi e non solo con l’iPod. I podcast si ascoltano ora sia sul computer sia da smartphone, in streaming o scaricandoli come file audio.

Da non confondere con gli audiolibri, i podcast sono mp3 che possono essere ascoltati in modalità “on demand”, attraverso la distribuzione di aggiornamenti chiamati “feed RSS”, a cui un utente si può iscrivere.

Ci sono podcast per tutti gli interessi: racconti, corsi di lingua, chiacchiere fra appassionati di uno specifico argomento, istruzione, scienze, ecc…

Nati nel 2004, per l’Italia, “l’anno zero” è stato sicuramente il 2019. Sono 12,1 milioni le persone che ascoltano podcast: 1,8 milioni in più rispetto al 2018, con un aumento del 16%. Lo rileva un’indagine di Nielsen commissionata da Audible (società di Amazon leader nei segmenti audiolibri e podcast).

Gli heavy user (coloro che ascoltano podcast su base quotidiana) hanno per lo più tra i 18 e i 34 anni. I contenuti favoriti riguardano programmi musicali, attualità e intrattenimento; tra gli utenti tra i 18 e i 24 anni vanno parecchio anche i contenuti di approfondimento e i corsi di lingua.

Negli Stati Uniti, i podcast rappresentano per la radio quello che Netflix è diventata per la TV, con un americano su 5 che dichiara di averne ascoltato almeno uno nell’ultimo mese: oltre 67 milioni di persone, in cui il segmento 12-24 cresce più velocemente degli altri.

Al crescere dei numeri, cresce inevitabilmente l’interesse per il potenziale in termini di advertising.

Seguendo i propri interessi, grazie all’ON DEMAND, ascoltare un podcast rappresenta una scelta attiva e circoscrive immediatamente un pubblico profilato. Per questo motivo la loro audience ha, per definizione, un livello più alto di engagement rispetto agli altri media.

Non sottovalutiamo l’aspetto di fidelizzazione che l’host di un podcast può esercitare nei confronti del pubblico che lo segue, riconoscendogli autorevolezza in merito all’argomento trattato, sfruttando il vantaggio psicologico che il suono della voce può avere in termini di fiducia.

Il podcast advertising rappresenta per le aziende l’opportunità di utilizzare una voce autorevole, esperta, amichevole per raggiungere una nicchia di pubblico specifica, che sarà probabilmente in grado di generare nuova visibilità.

Non si spara nel mucchio, ma il messaggio viene veicolato in una logica più simile al one to one che al one to many.

Non mancano gli “svantaggi” nello scegliere questo media.

Se rivolgersi ad un pubblico specifico è un’opportunità di targettizzazione, allo stesso tempo rappresenta anche il maggior limite del mezzo, poiché costringe alla scelta di temi estremamente specifici. Restringere di molto il pubblico funziona solo se il prodotto offerto soddisfa a pieno le aspettative di una nicchia sicuramente più esigente della media.

Il podcast inoltre esclude completamente l’immagine, che attualmente ancora fa da padrona, soprattutto nella condivisione sui social network.

Questa la sfida più dura che dovrà affrontare la diffusione del podcast: la non facilità di condivisione social sarà l’ultimo ostacolo da sormontare per sdoganare completamente le potenzialità di questo canale di comunicazione.

Quando la Coca Cola invento’ il Natale

Il significato profondo del Natale è sicuramente da ricercare altrove, ma senza falsi moralismi, dobbiamo ammettere che nulla ci spinge ad essere “generosamente” spendaccioni come l’atmosfera natalizia: le luci, i colori, le melodie e i profumi che fluttuano nell’aria del Natale, sono inebrianti e capaci di spezzare i nostri freni inibitori.

E’ impossibile non cominciare dall’inizio di questa magia, dall’anno 1931, quando la Coca Cola incaricò Haddon Sundblom d’illustrare la campagna natalizia della più famosa bibita al mondo.

Ed ecco il caro Santa Claus, sino ad allora di verde vestito, diventare un’icona per i secoli a venire: paffuto dalla folta barba bianca, rassicurante come il più tenero dei nonni, caldo e affettuoso nel suo completo rosso con bordo in pellicciotto bianco.

Da quel momento una tempesta emotiva ha fatto suo il Natale, creando la magia che oggi conosciamo. Proprio questo aspetto emozionale ci rapisce e ogni anno blocca la parte più razionale del nostro cervello.

Diventiamo più buoni, generosi e disponibili.

Non acquistiamo in base alla necessità o al valore dell’oggetto, ma guidati dalla sensazione che il pensiero di quel regalo ci suscita. Abbiamo bisogno di coccole e tutto sembra essere lì solo per questo. I profumi di cannella, spezie e cioccolato hanno un non so che di ancestrale e rassicurante e il monotono tintinnio dei sonagli e delle melodie natalizie ha lo stesso identico effetto.

La ripetitività dei gesti diventa tradizione: l’albero, il cenone, i regali sono il nostro rito consolatorio, fatto solo di emozioni positive.

Commercialmente il Natale è il momento in cui “porgiamo il fianco” al consumismo, affascinati dagli spot natalizi, appuntamento ormai immancabile.

Anche per il Natale 2019 non rimarremo delusi:

  1. Grandi Magazzini John Lewis

Per il 2019 hanno scelto di produrre una video meno commovente del solito ma carico di significato. I protagonisti sono la piccola Ava e il draghetto combinaguai Edgar. Il finale è un messaggio sull’amicizia e l’accettazione.  La colonna sonora è “Can’t Fight This Feeling” dei Bastille.

2. Apple

Sulle note della colonna sonora del film Up di Pixar, lo spot 2019 di Apple affronta il tema dell’amore e della nostalgia. La nonna non c’è più: per la prima volta il Natale non sarà lo stesso di sempre e i bambini percepiscono la tensione del dolore che aleggia in casa. L’iPad distrae i più piccoli tenedoli buoni e lontani dal dolore degli adulti. Ma la purezza dei sentimenti, aiutata dalla tecnologia, danno vita a qualcosa di unico.

3. Microsoft

Come fare a parlare il rennese? Facile! Con il traduttore Microsoft.

4. Esselunga

Esselunga non delude nello spot dedicato al Natale: il mix di storytelling, emozione e simpatia conquista lo spettatore e resta in linea con il messaggio del brand.

E non è ancora Natale….

Local Marketing

Il 90% degli utenti che cercano un’attività tramite smartphone la contatteranno o visiteranno entro 24 ore.

IMPRESSIONANTE VERO?

Questo è il motivo per cui in un piano di marketing mix non si può più prescindere dall’inserimento di campagne di LOCAL MARKETING.
Ma andiamo con ordine e partiamo dai fondamentali.
“Il local marketing è un ramo del digital marketing che si concentra nello studio del mercato geolocalizzato e nell’attuazione di azioni mirate a vendere prodotti o servizi di attività commerciali situate in precise località”

L’obiettivo è portare più clienti nel tuo negozio e accrescere la notorietà del tuo brand.

Tre i principali vantaggi di una campagna di local marketing

  1. Conoscere i propri utenti
    Lo studio della Customer Journey porta a pianificare campagne efficaci e mirate, dove non si supera mai quella soglia che trasforma una proposta utile in fastidioso Spam.
    – impostare orari e giorni adeguati in cui mostrare la promozione;
    – intercettare il target specifico senza disperdere tempo e risorse con utenti lontani dal nostro Business;
    – scegliere modo e frequenza di visualizzazione adatti ad ogni messaggio promozionale.
  2. Utilizzare la Geolocalizzazione
    Il contenuto giusto, nel luogo, al momento giusto. Sfruttare le tecnologie disponibili per raggiungere il nostro utente non solo al momento più opportuno ma anche nel luogo più adatto.
    Ecco alcuni dati interessanti rilevati da Google tra il 2015 e 2017:
    + 150%
    di ricerche da smartphone per frasi come “ristorante vicino a me ora” oppure “supermercato intorno a me aperto ora”
    + 900% di ricerche da smartphone per frasi “ come“hotel economico vicino a me per questa notte”
    + 200% di ricerche da smartphone per frasi con “Aperto” + “ora” + “vicino a me
    E’ evidente come raggiungere l’utente al momento giusto e nel posto giusto possa fare la differenza.
  3. Misurare la performance
    I risultati devono essere circoscritti in un lasso di tempo determinabile e devono sempre essere misurabili. Fare marketing a prescindere dall’interpretazione dei dati è una contraddizione in termini.
    Il local marketing offre il vantaggio della rilevazione in tempo reale e permette di capire subito dove gli utenti si stanno muovendo e cosa stanno facendo, cosa interessa e cosa no, quali messaggi hanno fatto centro.

Integrare le già consolidate strategie di marketing con nuovi strumenti che permettano azioni e misurazioni maggiormente puntuali è, per forza di cose, il futuro.

Consideriamo anche altri strumenti a disposizione delle campagne promozionali.

I Volantini
Ancora oggi il volantino è lo strumento  preferito dai consumatori. Nonostante questo, dal 25% di volantini cartacei effettivamente letti nel 2013 si è passati al 17% del 2019.
Questo per una maggior sensibilizzazione nei confronti delle problematiche ambientali, del riciclo e dello spreco di carta, ma soprattutto per l’arrivo del volantino digitale che coinvolge il 38% dei consumatori e riesce a geolocalizzare il proprio target con risultati del 98%.

Numeri che il volantino cartaceo non potrà mai eguagliare.

I Camion Vela
Il GPS viene ancora considerato come un mero strumento di controllo sui furbetti del servizio “mordi e fuggi“, senza considerarne a pieno le potenzialità in termini di local marketing. Verificare orari e zone precise di circolazione e incrociarli con gli accessi alle promozioni o ai punti vendita può fornire informazioni interessanti sui bacini d’utenza e sulle abitudini dei consumatori

Imparare ad utilizzare gli strumenti di geolocalizzazione significa non solo avere riscontro del lavoro svolto, ma soprattutto avere in mano dati importanti da analizzare per ottimizzare risorse e investimenti.

Essere Blogger

Scrivere e Comunicare online

Aprire un Blog ed “Essere Blogger” sono due cose molto diverse. Soprattutto chi è alle prime armi sottovaluta l’importanza di conoscere bene gli strumenti che il web mette a disposizione. Scrivere di tutto e rivolgersi a tutti significa spesso non raggiungere davvero nessuno.

Che lo si voglia fare per diletto piuttosto che per lavoro, è importante organizzare le idee e sapere come tradurle in testi che verranno poi letti. La differenza fra “avere una pagina” ed “essere blogger” sta proprio in questo: comunicare coinvolgendo il pubblico, coltivando interazioni che si tradurranno in commenti.

Ecco allora 5 piccoli consigli per chi è alle prime armi.

1. Scegli il tuo pubblico

Può sembrare scontato, ma la parte più importante del lavoro che ti aspetta, sarà organizzare i pensieri e incanalarli verso chi li saprà apprezzare. Non tutto interessa a tutti. Mettersi nei panni dei potenziali lettori ti permetterà di capirli, scegliere le parole adatte, la forma corretta, i colori, le immagini più interessanti. Una volta compiuto questo primo importantissimo passo, dovremo affidarci al buon vecchio Blocco e organizzare la nostra linea editoriale: temi, categorie e sezioni sono necessari per trasformare il nostro Blog in un’esperienza di lettura piacevole, in un luogo dove i nostri lettori vorranno tornare. Ricorda inoltre che essere costante nel postare è fondamentale per far crescere l’interesse attorno a ciò che stai raccontando.

2. Piattaforma o no?

Le piattaforme che ti forniscono tutti gli strumenti per pubblicare un Blog sono l’ideale per iniziare: economiche e non impegnative, consentono di prendere dimestichezza con i ferri del mestiere, sperimentare e non correre il rischio di perdere il lavoro fatto a causa di distrazioni fatali. Acquisita la necessaria sicurezza e deciso gli obiettivi da raggiungere, sarà poi il caso di camminare con le proprie gambe e trasferire il blog su di un host personale. Questo consentirà maggior libertà creativa e maggiori possibilità di promozione. Attenzione! Spostare i contenuti senza vanificare l’indicizzazione raggiunta è un lavoro delicato. Anche in questo caso è bene avere da subito le idee molto chiare.

3. Content Is the King…ma non basta

Il contenuto prima di tutto, ma se non è fluido, facilmente leggibile e accattivante non serve a nulla. La forma deve essere adeguata a quello che si racconta, anzi deve supportare e rafforzare il contenuto. Imparare a utilizzare la giusta formattazione e conoscere le regole di lettura del web, fa la differenza. E ancora non basta…se nessuno legge ciò che scrivi è come se non l’avessi scritto. Non dimentichiamo che siamo online e che i motori di ricerca regolano, sostengono o bocciano tutti i contenuti prodotti dalla rete. Senza dover essere professionisti SEO, imparare alcune nozioni base è utile per far sì che i potenziali lettori trovino il tuo Blog.

4. Interagisci con i Social

Comunicare è condividere! Questa è la chiave di tutto. I tuoi articoli devono raggiungere il tuo pubblico, almeno fino a quando non ne avrai uno fidelizzato che ti verrà a leggere con regolarità. Ma anche in quel caso la condivisione dei contenuti sarà la bacchetta magica con cui trasformare il tuo Blog da rospo a principe azzurro. E’ inutile dirlo: condividere è sinonimo di saper utilizzare i Social scegliendo quello adeguato. Se ti diletti in cucina o nell’home-made sarà indispensabile Instagram, dove le fotografie parlano più dei testi. Meno utile potrebbe risultare Twitter.

5. Raccontati e fallo divertendoti!

Cerca sempre di essere molto personale in quello che racconti. Parla di ciò che conosci bene, che vivi e che ti rende felice. E’ l’unico modo per coinvolgere i lettori. Non aver paura di essere controcorrente. Non pensare ad affiliazioni o guadagni: verranno, se vorrai, sono nel momento in cui i lettori percepiranno la tua passione per ciò che stai scrivendo. E’ come far colpo su nuovi amici… all’inizio cerchiamo di fare un po’ i fenomeni ma poi, solo fiducia e complicità, formeranno il gruppo.

Ti è piaciuto l’articolo?

Se vuoi saperne di più Contattami o ISCRIVITI al corso “Essere blogger” che si terrà a Crema a Ottobre.

Le parole pesano

Comunicare qualcosa, nella maggior parte dei casi, implica un rielaborazione da parte di chi è tramite della comunicazione. Per quanto si cerchi di essere imparziali, le parole scelte, la punteggiatura, il tono del nostro scritto, trasudano sentimenti.

Notizia del barbaro assassinio di una giovane donna da parte dell’amico innamorato e respinto. Elisa è stata uccisa. L’omicida è reo confesso e il movente è un “amore” non corrisposto.

C’è una vittima e c’è un carnefice. Non importa chi fosse fino a ieri.

Oggi è un assassino, della peggior specie, di quelli che credono di aver il diritto di disporre dell’oggetto del loro amore. Provo dolore e commozione per la giovane vita spezzata, l’ennesima, per quanti la amavano davvero e ora la piangono. Di lui, non m’importa nulla: che la giustizia faccia il suo corso.

Sulla stampa, invece, fa subdolamente capolino il bisogno di trovare una motivazione che ha trasformato l’amico in orco. Si arriva a insinuare che la giovane negli anni debba per forza averlo illuso facendogli perdere la ragione. Si arriva a commentare teneramente i gesti dell’assassino, le sue parole, le sue lacrime, il suo pentimento: come fossero quelle di un bambino impaurito colto con le mani nella marmellata.

La cultura della vittima colpevole non muore!

La donna, in fondo, deve aver istigato il poveretto, deve averlo irretito. Non può essere che “il gigante buono” sia diventato mostro senza un motivo.

Ancora una volta, davanti a un femminicidio, si punta il dito altrove, contro la vittima.

Ecco che le parole che usiamo e il modo in cui le inanelliamo nelle frasi, stravolgono il senso di un dramma aggiungendo dolore ad altro dolore.

Sorprendente, anche se di tutt’altra tinta, è pure il trafiletto apparso sulla Gazzetta dello Sport a commento della sconfitta sul campo da tennis di Serena Williams. “La Williams fallisce ancora una volta il record del 24° titolo Slam: da quando è diventata mamma ha perso quattro finali”.

Non è l’atleta al centro della sconfitta, ma la donna in quanto madre.

Vuol forse dire che non ha ancora perso i chili della gravidanza? Insinua forse che manchi di concentrazione perché i suoi pensieri sono divisi fra poppate e pannolini? Non si pecepisce l’empatia per la difficoltà agonistica di un atleta che pur ha vinto di tutto e di più e che davvero non deve dimostrare più nulla. Sparisce la campionessa e rimane solo la madre da incolpare.

Queste frasi, queste considerazioni, questo modo di raccontare le cose, coltivano la cultura che vuole la donna aliena se lontana dallo stereotipo di madre e proprietà del marito.

Elisa aveva 28 anni ed è morta perché era bella, libera e solare. Perché aveva tutto il diritto di non amare quell’uomo, senza fornire alcuna giustificazione. Lui aveva solo l’obbligo di rispettarla in quanto essere umano, in quanto donna.

LUI, Invece, l’ha uccisa.

Roghi in Amazzonia: la punta di un iceberg

Il dramma che si sta consumando in questi giorni in Amazzonia scuote le coscienze, ma forse non a tutti è chiaro ciò che sta realmente accadendo.

L’Amazzonia è un territorio vastissimo, che racchiude realtà socio-politiche molto diverse fra loro. È corretto parlare della foresta come di un polmone verde, ma non è corretto sostenere ( come letto sui social negli ultimi giorni ) che da sola fornisca il 20% dell’ossigeno dell’atmosfera. In realtà si stima arrivi a produrne il 6-10%. Questo è importante per capire che lo scempio a cui stiamo assistendo ha un impatto sul nostro ambiente molto più profondo e complesso di quello che tutti leggiamo.

L’ossigeno presente nell’atmosfera terrestre non è in pericolo: ve ne è una quantità tale da essere ben lontani dall’emergenza. Il vero pericolo è invece il quantitativo crescente di Co2 immesso nell’atmosefera. L’anidride carbonica è fra i fattori scatenanti del cambiamento climatico. Ciò che i roghi dell’Amazzonia stanno immettendo nell’aria potrebbe portare a conseguenze catastrofiche per il clima, soprattutto nelle zone circostanti, mettendo in serio pericolo l’economia agricola di interi paesi.

Quello che sta bruciando con la foresta è soprattutto una bio-diversità unica al mondo e un patrimonio culturale destinato ad estinguersi con il progressivo allontanamento dei nativi dalle loro terre. ( “La guerra di Bolsonaro contro i Nativi “ da Il Faro sul Mondo del 21 gennaio 2019)

Stiamo assistendo ad un crimine perpetrato per mano dell’uomo.

Se confrontiamo l’intensità degli incendi di questi giorni con quelli del 2007 o del 2014 dovuti alla siccità causata dal El Niño, scopriremo che  non sono fra i più intensi che l’Amazzonia abbia mai dovuto affrontare. Quello che ci deve scioccare è che questi incendi sono esclusivamente dolosi, non hanno alcuna causa naturale, ma sono appiccati dall’uomo per ottenere campi da coltivare o per allevare animali.

È in atto un’operazione politico – economica tacitamente appoggiata dal governo locale per favorire questo tipo di interventi incendiari. Poco prima dello scoppio dei primi focolai era stato instituito da alcuni agricoltori del posto il “Día del Fuego”, una sorta di “giorno X” per dar inizio all’attività incendiaria. Ed è un paradosso, perché incendiando la foresta per avere campi da coltivare si produce CO2 che innescherà un cambiamento climatico tale da rendere impossibili le coltivazioni.

Non dobbiamo inoltre immaginare questi piromani come poveri agricoltori spinti a gesti estremi dalla povertà e dalla disperazione. Siamo davanti a interessi economici che muovono da molto lontano, in cui la mano tesa di tanti paesi che oggi offrono aiuto, non suona completamente sincera e disinteressata. Dietro la facciata dell’ambientalismo ci sono ragioni sonanti.

I terreni che verranno ricavati dalle zone incendiate, serviranno prevalentemente per la coltivazione della soia, soprattutto per l’esportazione verso la Cina. È solo la punta di un iceberg che ha alla base lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta con gravissime implicazioni sociali.

Sempre la Cina, dall’altra parte del mondo, ha in atto un vero e proprio colonialismo di mercato nel continente africano, con il beneplacito della popolazione locale, che spera di trovare nei conquistatori del sole levante dei salvatori dalla propria condizione di miseria.

La potenza asiatica sta sventrando il continente alla ricerca di oro, diamanti e materie prime per produrre prodotti finiti che poi rivenderà agli stessi paesi africani. È un predatore che cattura la preda e la stritola nella morsa di un debito economico che la rende “schiava” del suo carnefice. La Cina sta comprando l’Africa, assicurandosi le materie prime per consolidare il suo primato sui mercati mondiali.

È il momento che ognuno di noi si chieda come poter intervenire cominciando dal proprio piccolo mondo. Saranno necessarie scelte drastiche e coraggiose, da parte della politica, della produzione ma soprattutto da parte nostra. Salvare il pianeta è una nostra responsabilità, perché NOI siamo la domanda che spinge al consumismo economico e ambientale.

Prima ci rendiamo conto che l’unica via percorribile è quella di un’economia circolare che nulla distrugge ma che tutto trasforma, prima avremo in mano la chiave per cambiare sul serio le cose e far in modo che nessun rogo distrugga il nostro futuro.

Formazione e Lavoro

Tanti i giovani in cerca di un lavoro che sembra non esserci per tutti. Secondo dati Eurostat, in Italia il 24,8% dei giovani tra i 15 e i 34 anni rientra nella categoria dei NEET, cioè giovani che non lavorano, non studiano e non sono iscritti a percorsi di formazione.
Una media altissima se comparata con quella europea, che si attesta sul 14,1%.

Come cercare di sbloccare la situazione?

Innanzitutto la Formazione

In un mondo dove la richiesta di lavoro supera in modo spropositato l’offerta, prepararsi allargando le proprie competenze è indispensabile per poter avere una chance. Come è cambiato il mondo del lavoro così è cambiata la formazione richiesta per affrontarlo.
Partendo dalle proprie inclinazioni e capacità personali è bene monitorare sempre quello che il mercato richiede e, se possibile, anticiparlo.
Quali sono le figure professionali maggiormente richieste?
Quali gli ambiti lavorativi in cui è più facile ritagliarsi un ruolo?

IL WEB – Una buona preparazione digitale è indispensabile, indipendentemente dal percorso occupazionale che si deciderà d’intraprendere.
Non solo l’utilizzo base del PC e dei principali applicativi, ma la dimestichezza con i nuovi strumenti digital e social può offrire nuove inaspettate opportunità.
Dieci anni fa nessuno avrebbe mai pensato di diventare Social Media Manager o E-commerce Manager. Oggi sono fra le figure professionali più richieste e il trend si prevede in aumento.
Saranno sempre più numerose le aziende, pubbliche e private, che avranno bisogno di uno “stratega” per curare la reputazione e promuovere il proprio business sulle diverse piattaforme online.
I corsi di Digital Marketing  sono un’opportunità per tutti coloro che vogliono lavorare nella comunicazione digitale e approfondire argomenti specifici. Orientati verso i social network o Google AdWords, incentrati su SEO e Copywriting ( per chi ha la passione per la scrittura) o sulla realizzazione e gestione di un sito web.

IL COMMERCIO ONLINE – Sempre meno negozi fisici, sempre più store online. Il mondo dell’ e-commerce è destinato a crescere: di conseguenza molte aziende investiranno nella pubblicità e nella gestione del marchio online, dall’immagine alla vendita. Questo spiega l’aumento nella ricerca di profili e-commerce manager, sicuramente una delle professioni del futuro.

LA LOGISTICA – Trainata anche dalla crescita delle vendite online, avrà necessità di nuove figure formate: magazzinieri e mulettisti per lo spostamento e lo stoccaggio delle merci. Chi pensa di inserirsi in questo settore deve prepararsi ottenendo i patentini necessari e frequentando i corsi dedicati alla sicurezza.

LA RISTORAZIONE – Alla continua ricerca di personale capace di gestire sala e cucina. Abituati al Masterchef di turno, dimentichiamo tante e tante figure specializzate senza le quali nessuna attività di ristorazione potrebbe sopravvivere. Non basta l’inclinazione personale. È indispensabile avere conoscenze di come funziona una cucina, di come si lavorano e conservano gli alimenti, di come si servono e anche di come si garantiscano igiene e pulizia.

LA GREEN ECONOMY – Qui si apre un mondo di infinite nuove opportunità e attività legate al riciclaggio e al trasporto dei rifiuti. È un settore da poco considerato, ma in fortissima espansione: aperto alla creatività di chi vuole investire in un mondo che avrà sempre più bisogno di riutilizzare ciò che non si riesce più a smaltire. Riguarda soprattutto i piccoli/medi oggetti di uso quotidiano, dai cellulari agli elettrodomestici, dai computer agli apparecchi elettronici.

LA CURA DELLA PERSONA – Con l’innalzamento dell’aspettativa di vita, i nuovi lavori riguarderanno la richiesta di persone che si prendano cura degli anziani, sia per ciò che concerne la salute che per quanto riguarda la vita di tutti i giorni. Forse non si tratta di uno dei lavori emergenti, ma sarà sicuramente uno tra i lavori più ricercati nei prossimi anni. Adatto non solo ai giovani, ma anche a persone più mature in cerca di occupazione.

Questi sono solo alcune fra le attività che si pensa avranno un’incremento nella domanda di personale qualificato. La discriminante comune è che, per lavorare in questi settori, è importante prepararsi cercando corsi seri. Alla teoria deve affiancarsi sempre una parte pratica che confermi se la scelta fatta è davvero quella adatta a ciascuno e soprattutto che permetta, attraverso le simulazioni sul campo, di acquisire quel “quid” che sfugge alla parte teorica.
A questo punto sembra tutto facile e non si capisce perchè il tasso di disoccupazione sia così alto.
Formarsi non è la pozione magica che tutto risolve, ma è un qualcosa da cui non si può prescindere. Proprio perché non è facile trovare lavoro, essere preparati in modo “specifico” offre una possibilità in più.
Da nuove conoscenze possono nascere nuove idee e, da queste, nuove opportunità.